Ruggero Pagnin – Conversazioni sull’arte (1)

A cura di Sofia Tisato

Valmarana e le ville venete

ValmaranaSoffitto
Il soffitto del salone nobile di villa Valmarana a Noventa Padovana

Abbiamo qui in Noventa Padovana, essendo il primo luogo di delizia della Riviera[1], modelli straordinari di ville venete. Ma gli abitanti di Noventa ne sono raramente incuriositi; d’altra parte, la possibilità di entrare nelle ville era un tempo limitata, beneficio esclusivo degli ospiti che arrivavano con burchiello via Strà, che non significa altro che “strada”. I fortunati foresti ammiravano gli affreschi delle stanze: a Venezia solamente alcuni palazzi erano affrescati, a causa del problema della salsedine, per cui era stato inventato l’uso dei telèri, grandi tele appese alle pareti, come quelle che possiamo ammirare nella chiesa di Noventa sulle due pareti laterali dell’abside.

Valmarana[2] è una tipica villa con il giardino all’italiana, ma un po’ selvadego, quindi anche all’inglese. Da ragazzo era mia abitudine girare per quelle sale affrescate, come se avessi il privilegio di vedere dei film in costume. Che infatuazione o archetipo vedere il mistero degli affreschi, fatti dai quadraturisti[3], lo sfondato che creava un effetto di tridimensionalità… La stanza cinese, con gli elefanti dai piedi antropomorfi: una Venezia influenzata dalla figura di Marco Polo, ancora molto sentita. Inoltre quel che di esoterico, nella stanza dei Giganti che spaventava noi bambini. E Valmarana ha un’eleganza, e una capacità incredibile: toccando il muro, se mi allontano, vedo oltre. Gli affrescanti, come si potevano definire, erano figli di un quadraturismo antichissimo: a Pompei già si vedevano sfondati nelle stanze. Questa capacità di “sfondare” era propria soprattutto degli scenografi: Venezia aveva centinaia di teatri, piccoli, grandi, e lo stesso Canaletto[4], figlio di uno scenografo, scese a Roma con il nipote per mettere in scena un’opera veneziana. Laggiù realizzò alcuni soggetti che in seguito riprese nelle sue vedute con capricci romani.

La villa era tipicamente veneziana, aveva quel che caratteristico di armonia, di moto di vedere. A partire dal 1480 i Veneziani consideravano il Brenta una loro proprietà, il “Canal Grando”. Si trattava di nobili di lignaggio antico o acquisito, come nel caso dei Giovanelli[5] che avevano comprato il titolo, erano protagonisti. Avendo una villa, un àristos dell’epoca mostrava anche l’ambizione di dimostrare un bagaglio culturale che caratterizzava l’importanza della persona, dava un tono nella conversazioni. Invece di ostentare una Ferrari amavano mostrare un po’ di conoscenza, di sapienza; la presenza dell’università a Padova offriva loro un vantaggio. Le ville diventavano un pretesto per sfogare la fantasia del paròn: «Me piasarìa dei soggetti…» e dava precise indicazioni ai quadraturisti. Ogni villa ha il suo modo, anche capriccioso, di risolvere certi angoli; ci sono esempi unici di caratterizzazioni. Non tutte le stanze avevano lo stesso schema, perché ognuno poteva inventare; el paron dava spesso indicazioni sulla costruzione architettonica della villa: «Voglio quella cosa che ho visto in giro». I temi prediletti erano il mito, la natura, il paesaggio; poco spazio ai soggetti religiosi, se non si trattava di affrescare una chiesa. C’era anche una certa licenziosità da parte del committente: Tiepolo svilupperà spesso scene piccanti, come faceva anche il pittore del re di Francia.

Note di Letizia Tasso


[1] Noventa Padovana si trovava ad essere il primo approdo del burchiello che via Piovego e Brenta collegava Padova a Venezia. Per informazioni su Noventa Padovana e le sue ville si vedano C. B. Tiozzo, La riviera del Brenta itinerario storico – geografico e guida delle ville e degli edifici notevoli, Treviso, Canova, 1978; C. B. Tiozzo, Le ville del Brenta: da Lizza Fusina alla città di Padova, Treviso, Canova, 1982; D. Gallo, Noventa Padovana: immagini della memoria: storia di un secolo a Noventa Padovana, 1871-1971, Noventa Padovana, Assessorato alla Cultura, 1998.

[2] Su villa Valmarana si veda M. Piccolo, Villa Grimani Valmarana: Noventa Padovana, Padova, Il Prato, 2007.

[3] Il termine “quadratura” viene introdotto nel Seicento in riferimento ad artisti che creavano affreschi con particolari effetti illusionistici, utilizzando sapientemente prospettiva, architetture e finte decorazioni con statue e stucchi. La pittura integrava spesso architetture già preesistenti sfruttando la prospettiva per dare l’illusione di spazi aperti ed ampi.

[4] Giovanni Antonio Canal detto il Canaletto (Venezia, 1697 – 1768), pittore ed incisore noto soprattutto come vedutista. Nella sua pittura si uniscono ricerca di resa atmosferica, rappresentazione topografica di architettura e natura ed analisi scientifica, basata anche sull’utilizzo della camera ottica per dipingere le sue prospettive. Il viaggio a Roma avviene in realtà agli inizi dell’attività del pittore – tra 1718 e 1720 -, quando Canaletto si reca a Roma con il padre Bernardo ed il fratello Cristoforo per realizzare le scenografie di due drammi di Alessandro Scarlatti. Qui conosce i vedutisti Viviano Codazzi, Giovanni Paolo Pannini e Gaspar van Wittel da cui trae spunti e suggestioni fondamentali per la sua carriera.

[5] Su villa Giovanelli a Noventa Padovana si vedano F. Montecuccoli degli Erri, Committenze artistiche di una famiglia patrizia emergente: i Giovanelli e la villa di Noventa Padovana, in “Atti dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti”, 151, 1992-1993, pp. 692 – 752; G. Ericani, Sebastano Ricci e Giovanni Antonio Pellegrini frescanti in villa Giovanelli a Noventa Padovana, 1. La scoperta, in “Arte Veneta”, 54, 1999, pp. 134 – 136; Una villa e i suoi tesori: dipinti, affreschi e stucchi in Villa Giovanelli a Noventa Padovana : Padova, Palazzo del Monte, 20 marzo-22 maggio 2001, a cura di G. Ericani, Treviso, Canova, 2001.

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