La ripetizione

Quando correggo un testo, sia esso giornalistico o letterario, mi imbatto spesso in quello che io considero uno dei primi nemici dello scrivere “elegante”: la ripetizione.

Questo non significa che non si possa utilizzare più volte lo stesso termine, in un testo. Trovo molta esaustiva e illuminante questa analisi di Claudio Giunta. La ripetizione può essere quindi una scelta stilisticamente voluta e, in un articolo giornalistico, dove si cercano concisione e precisione, spesso è più che giustificata; a volte, poi, è una scelta obbligata, ad esempio nel caso in cui per alcune voci non vi siano molte alternative. Penso ad esempio alla parola “giorno”: chi usa ancora il sinonimo “dì” (con l’accento)? Altri non me ne vengono in mente. In questo e in altri casi simili, una soluzione è cercare di volgere il periodo in modo che, se mi trovo a dover scrivere due volte la stessa voce a poche righe di distanza e non voglio proprio farlo, una delle due possa essere evitata. Più spesso la seconda. Banalizzo: “Quello stesso giorno Mario doveva vedere il medico, mentre il giorno dopo doveva partire per le vacanze” potrebbe diventare “Quello stesso giorno… mentre il successivo…

Cosa cambia? Forse nulla. L’importante però è anche solo essersi posti il problema e avere preso una decisione consapevole. Un lettore attento che trovi in un testo molte di queste situazioni potrebbe infatti cominciare a dubitare che l’autore abbia dedicato il giusto tempo all’impegno, alla “limatura” stilistica del suo scritto… Insomma, che l’autore sia stato un pochino troppo pigro.

Vi sono poi dei termini che, se si ripetono, non si “notano” molto, come il verbo “fare”, su cui un giorno ritorneremo; altri, invece, saltano subito all’occhio: come gli avverbi, in particolare se lunghi, o le parole ricercate che proprio perché sono più rare rimangono impresse. Qui i vocabolari dei sinonimi e, oggi, internet, possono essere molto utili!

Concludo: trovo che, almeno quando uno rilegge un proprio scritto, qualsiasi sia la destinazione dello stesso, se si imbatte in una ripetizione che possa dare l’idea di sciatteria nell’autore (non certo, quindi, quelle fatte rilevare nell’articolo di Giunta sopra menzionato), dovrebbe fare uno sforzo per evitarla. Basta un sinonimo, un giro di parole, una modifica nell’ordine di soggetti-oggetti-complementi e componenti vari della frase. Richiede fatica? No, richiede di non essere pigri e di esercitare competenze, di esaltare creatività. E, non di rado, tale ricerca di un’alternativa può portare ad aprire nuove strade e prospettive. È la palestra quotidiana, quella che alla fine aiuta a differenziare il vero scrittore da chi ha solo l’ambizione di esserlo.

NOTA: per scrivere questo testo ho consultato il vocabolario dei sinonimi e ho trovato ad esempio che, oltre a “parola”,  potevo usare “termine”, “nome”, “voce”, “lemma” (quest’ultimo però mi è parso troppo tecnico e l’ho evitato)

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