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Roberta Moresco: coltivare un sogno

Roberta Moresco mescola i vini. No, non i fondi delle bottiglie rimasti dopo una cena! Fa le sue cuvèe e poi le vende. «Lo fanno in Francia, perché non posso farlo io?» dice. Giusto. Ma non credo che a Roberta, dei “negotiant manipulant” francesi, interessi poco o nulla. Lei l’esempio lo aveva in casa. Ma bisogna fare un passo indietro, a Maragnole, borgata di Breganze, terra del Vespaiolo, al tempo in cui lei era piccola e l’odore del vino ancora le provocava una smorfia.

Roberta-Moresco-Azzardo-brPossiamo immaginarcela mentre dice «Come fate a bere quella cosa lì?» al papà che, nel retrobottega, sta travasando il vino dalla grande damigiana, di quelle che oggi non si usano più, e riempiendo le fiaschette. Il giorno dopo le consegnerà ai clienti a bordo della sua Fiat 1100, lunga e scura, che alla piccola sembra un carro funebre.
Un passo ancora indietro. Papà Bruno non è un vignaiolo, non è un oste e nemmeno un gestore di enoteca. A quel tempo, gli anni Sessanta, impera il vino sfuso. Bruno Moresco lavora alla Laverda. Un posto sicuro ma che evidentemente non lo soddisfa o non gli basta: è arrivata la prima figlia e, nel dopolavoro, inizia a girare consegnando bottiglie d’acqua casa per casa. Bottiglie di vetro, vuoto a rendere. Sembra funzionare: molla tutto il resto e lo fa diventare un mestiere, batte le contrade della pedemontana tra Thiene e Bassano. All’inizio è acqua e qualche bibita: la Balzan, marca scomparsa da tempo, ad esempio. Poi arriva il vino. Mica le bottiglie: acquista damigiane, quelle da 50 litri che oggi non si usano più, vino buono che arriva dal Friuli, e le travasa. Prima però le assaggia: prende un contenitore piccolo, mescola le partite, scrive le proporzioni su un quadernetto dove annota tutto e quando ha trovato quella che lo soddisfa mescola tutta la fila dei vini in attesa. È un momento magico, quello in cui il vino diventa suo, uguale a quello di nessun altro. Ogni volta diverso. E, ogni volta, Roberta fa una smorfia.

Alla morte del padre, Roberta è ormai grande e prende in mano il negozio, con l’aiuto di mamma e all’inizio anche della sorella Valeria, che poi prende altre strade. Nel frattempo è cresciuta e non solo ha imparato ad apprezzare il vino ma è anche diventata sommelier. Vuole vendere il vino che vuole lei, quello di qualità che va in bottiglia, per il quale il negozietto di paese non basta più: così lo trasferisce alle porte di Marostica in cerca di nuovi clienti e motivazioni. Le cose vanno bene anche perché accoglie le persone con il sorriso, cosa sempre più rara, anche in tempi di crisi, e a ognuno descrive le bottiglie con passione.
«Su dieci persone che entrano, sette mi chiedono un Prosecco», racconta, quasi lamentandosi. Ma questo già lo intuivamo: ci interessa sapere un’altra cosa. Roberta, dentro, arrossisce; fuori non si vede perché il sorriso maschera il colore: «Una su due esce con un altro vino…»

Roberta-Moresco-Incontro-brRoberta coltiva un sogno e lo realizza: ma prima c’è un altro passaggio. Vuole che i suoi clienti la smettano di bere Prosecco con il dolce: una cosa che ogni bravo sommelier aborrisce. Sapendo che non è possibile e che i Maometti veneti sono restii ad andare alla montagna, decide di spostarla lei, un po’ di montagna. Solo un po’. Acquista una partita di Prosecco e la fa spumantizzare facendo lasciare un residuo zuccherino maggiore del normale. Ne esce un vino quasi dolce, un compromesso che non accontenta la sua anima di sommelier ma che almeno può proporre, con meno sensi di colpa, come abbinamento al dolce. Ne fa seicento bottiglie temendo che non lo acquisti nessuno. Quest’anno ne ha fatte fare ottomila. Naturalmente esce con il suo nome: si chiama “Roberta Moresco Cuvèe”.

A questo punto Roberta prende coraggio e riprende in mano il proprio sogno: un proprio vino. Ma non ha vigneti di proprietà. Cosa può fare? Beh… come papà! Lei conosce i vini meglio di lui, ne ha assaggiati tanti, forse ha provato perfino a mescolarli nel bicchiere. Ce la immaginiamo, chiesta e ottenuta “udienza” da Fausto Maculan, principe del Torcolato, seduta sulla sedia e composta come una studentessa di fronte a un professore: gli espone con titubanza la sua idea temendo una sonora tirata di orecchie. Invece no: lui, incredibilmente, la prende sul serio, la ascolta, anzi approva, e alla fine non solo gli concede una partita del suo Pinot Nero ma le trova anche il vino cui lei vorrebbe abbinarlo: la Corvina veronese di Speri. Nasce così “Azzardo Rosso”: esce nel 2015 in 1500 bottiglie, l’edizione 2016 ne avrà 4000. Stessi vini  base, diverse percentuali. Studiate nel bicchiere, come fanno in Francia e per le cuvèe degli Champagne. Come faceva Bruno Moresco.
E quest’anno, dopo il rosso, il bianco. Vespaiola e Malvasia, con l’aiuto dell’enologo bassanese Roberto Cipresso. Lei avrebbe voluto utilizzare la Ribolla, non è stato possibile: di certo in futuro lo proverà. “Incontro Insolito”, si chiama, l’ultimo nato. E non sarà l’ultimo:  stanno arrivando anche i thè e forse qualche prodotto di pasticceria. Ma sono altre storie, che prima o poi racconteremo. Perché a noi piace raccontare come a Roberta sperimentare. Quanto alla bontà dei vini, che a noi piacciono e che trovate sul sito www.robertamoresco.com, lasciamo che ne parlino altri.

Emanuele Cenghiaro

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