Camilla-Massimago-bis

Da Padova fino all’Amarone… storia di Camilla e Massimago

di Emanuele Cenghiaro

C’è una data che Camilla Rossi Chauvenet, titolare di Massimago, uno dei nomi nuovi che più sta facendo parlare di sé nel panorama vinicolo veneto, vede tutti i giorni quando sale le scale per andare in ufficio: il 7 aprile 2011. È dipinta su una delle pareti che componevano lo stand della sua azienda al primo Vinitaly: non l’ha mai buttata e ora è lì, come un traguardo e allo stesso tempo un punto di partenza, simbolo e augurio. Perché questa è una storia ancora tutta da scrivere, ma già si può raccontare.
«Massimago è la tenuta – spiega la Rossi Chauvenet – che fu acquistata nel 1883 dalla famiglia di mia madre a Mezzane di Sopra. Il nome viene dal latino maximus agium o ager: qui si coltiva da sempre. Ci venivo spesso da bambina, era la classica casa di campagna: mai avrei pensato che sarebbe diventata il centro della mia attività. Mio nonno, quando lasciò in eredità la tenuta a mia madre, quasi si scusò per la scocciatura che le stava rifilando».

MASSIMAGO-collineEppure ancora giovanissima, studentessa al liceo Tito Livio di Padova, Camilla forse presentiva già qualcosa. A 18 anni si iscrive a un corso per sommelier: oggi garantisce che quella scelta non c’entrava nulla con le vigne di famiglia. «Mi ero iscritta – assicura – solo perché ero affascinata dai profumi, davvero! Però da lì è scattato qualcosa: mentre i miei compagni di liceo si iscrivevano a Giurisprudenza, io scelsi di fare agraria. Pensa che volevo andare a fare pozzi, in Africa, con la cooperazione internazionale».
Nemmeno Agraria, quindi, c’entrerebbe qualcosa con l’amarone… Il percorso di studio, però, la porta da Agripolis alla Spagna fino a una delle più rinomate scuole di agraria europee, Montpellier: in Francia, non a caso la terra del vino. « Lì ho incontrato studenti che non erano agricoltori di origine ma che credevano veramente nell’agricoltura, la studiavano per passione, come una missione; ho iniziato a guardare le cose in modo diverso. E mi sono resa conto del patrimonio unico che abbiamo in Italia, a partire dalla grande biodiversità».
Nel 2003 il ritorno a casa, richiamata “all’ordine” dalla famiglia. A Massimago vanno risistemati i vigneti, c’è bisogno di qualcuno che ne capisca qualcosa. Camilla è quasi agronoma: chi più adatto di lei? È forse solo allora che si accorge di avere tra le mani un tesoro: quel terreno a Mezzane, così bistrattato dal nonno, è in realtà una rarità, un unico cru indiviso posto tra i 100 e i 350 metri di altezza, esposto a sud-ovest, nella terra di quell’amarone che sta proprio allora conquistando il mondo. Le uve di Massimago, come da sempre, a quel tempo vengono ancora conferite alle altre cantine. È ora di cambiare: nel 2004 si fa una prova, si fanno vinificare all’esterno mille bottiglie. L’esperimento riesce: la giovane agronoma si rende conto che il suo destino, d’ora in poi, sarà fare l’imprenditrice. Quattro anni dopo la cantina è pronta: il primo amarone cento per cento Massimago porta impressa la data 2008.
Camilla-MassimagoNon tutto è facile, all’inizio:  c’è da costruire un’azienda, bisogna rimboccarsi le maniche, lavare le vasche quando serve e occuparsi di ogni cosa, dai clienti al sito web. Cambiare cappello ogni dieci minuti. Affrontare i pregiudizi dei colleghi, soprattutto maschi. «Non avevo una famiglia contadina alle spalle che mi potesse consigliare – continua la Rossi Chauvenet – e per i miei colleghi ero l’ultima arrivata, per di più giovane e donna… Da qualcuno di cui mi fidavo mi sarei aspettata maggiore aiuto e consigli, invece più di una volta mi sono presa della pazza, spesso mi sono sentita guardata dall’alto in basso. Il rispetto in questo campo te lo devi guadagnare».
Guadagnare sì, e per farlo servono le idee chiare anche se controcorrente: da subito la scelta cade sul bio, benché il primo “organic wine” ufficiale di Massimago sia in vendita solo in questi giorni. È un rosè spumante da uve corvina, non un amarone, che si sta invece ancora affinando e non sarà commercializzato prima di un paio d’anni. «La mia tesi di laurea verteva sul compostaggio: la scelta del bio per me e la mia famiglia è stata naturale. Da nove anni non utilizziamo fitosanitari, abbiamo fatto sovesci, abbiamo un impianto fotovoltaico e ho fatto risistemare il bosco. Devo dire che anche il terreno e l’esposizione ci favorisce nella scelta del bio».

Oggi Massimago si presenta come un’oasi in cui il prodotto vino e la bellezza del territorio e della natura si valorizzano a vicenda. Un modello invidiato, che dà lavoro a sette persone, quasi tutti giovani sotto i trent’anni, e si divide tra vino e accoglienza turistica. Accanto alla cantina è stato infatti ricavato, nella casa padronale, un agriturismo con camere e appartamenti, il Wine relais. Altri alloggi per turisti sono invece a Verona, città dove oggi vive, ma anche a Padova nella casa di famiglia, uno dei luoghi più misteriosi della città: la trecentesca torre della catena oggi è Massimago Wine Tower. In tutte, il filo conduttore è il vino: si possono fare brevi corsi di degustazione e assaggiare bottiglie selezionate.
Obiettivi futuri? «Vorrei dedicarmi seriamente alla comunicazione aziendale e a far crescere Massimago. Anche perché un’azienda piccola ha costi troppo alti da sostenere». C’è ancora spazio per Padova nella vita di Camilla? «È vero, sono diventata quasi veronese. Ma quando torno a Padova la sento come la mia città. È più a misura d’uomo, Verona è più turistica. Non esiste, ad esempio, un mercato in centro per acquistare verdura fresca, e tanto meno qualcosa come, da noi, le botteghe di “sotto il Salone”».

(Questo articolo è uscito, con poche differenze, nel numero del 26 giugno 2016 del settimanale «La Difesa del Popolo» di Padova)

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *